di Linda Cianci

Il neologismo coniato durante le giornate novembrine del Fuci Lab 2025 di Firenze, “Comunitarsi”,  lancia una sfida ben definita e determinata a tutte e tutti noi, protagonisti di un tempo segnato da una profonda crisi dell’individuo e dell’individualismo: non solo “stare in comunità”, ma imparare a “diventare comunità”.

Comunitarsi” è un verbo riflessivo, dinamico: indica non uno stato, ma un processo in fieri. Suggerisce che la comunità non è un dato naturale, né un rifugio nostalgico, ma è e nasce da un atto e sforzo continuo di conversione e condivisione personale e collettiva.

Tutto ciò non si comprenderebbe se non facessimo due premesse di tipo concettuale e metodologico, indagando la radice culturale dei due termini: individuo e individualismo e la differenza tra individuo e persona.

L’individuo è una realtà antropologica: ciascuno di noi è un essere unico, irripetibile, portatore di dignità; quando si parla di crisi dell’individuo, ci si riferisce principalmente al tema della fragilità dell’io, dovuta alle attuali caratteristiche della c.d. “società liquida”¹. L’individualismo, invece, è un’impostazione culturale, una grammatica sociale, che assolutizza l’individuo, concependolo come autosufficiente, isolato, sciolto da legami costitutivi, responsabile unicamente solo di e per se stesso. Quando entra in crisi tale assetto, la società di individui è solo formalmente libera ed è incapace di azione collettiva, riduce il bene comune ad interesse privato, isola il proprio sé dagli altri e trasforma in non costitutivi, dunque opzionali, i legami sociali.

J. Maritain aveva ben inteso il pericolo di tutto ciò, tanto da affermare ripetutamente nei suoi scritti:  «L’essere umano non è fatto per vivere chiuso in se stesso, ma per una vita di relazione e di comunicazione»². Mounier radicalizza tale personalismo in chiave storico-politica, sostenendo: «on ne se trouve qu’en se perdant. […] on ne possède que ce qu’on donne», che tradotto si legge: «ci si realizza solo uscendo da sé […] si possiede solo ciò che si dona»³. C’è sempre, pertanto, questo costante richiamo alla relazione, alla comunicazione e alla necessità di una costruzione condivisa di orizzonti di significato⁴, perché è tramite l’altro che noi ci definiamo e ci costituiamo e, parafrasando anche una poesia contemporanea: “è nel movimento flessibile gli uni verso gli altri che ritroviamo l’equilibrio” ⁵.  Anche C. Taylor è emblematico a tal proposito se si pensa a come lui descrive il concetto di identità che non è mai il risultato di una pura auto-costruzione, ma prende forma sempre dentro relazioni dialogiche, linguaggi comuni, riconoscimenti reciproci.

Quanto appena esposto con Maritain e Mounier, è stata, nel XX secolo con la c.d. corrente del “personalismo”, una brillante risposta ad una diversa tipologia di crisi dell’individualismo. Da un lato, i totalitarismi avevano ridotto l’essere umano a individuo-funzione, ossia parte intercambiabile di un sistema più grande; dall’altro, l’individualismo liberale tendeva a concepire l’uomo come soggetto troppo autosufficiente, sciolto da qualsiasi legame costitutivo. In entrambi i casi, vi era un eccesso ed era completamente annichilita la dimensione della relazione. Ecco dunque la necessità di pensare ad un quid pluris: la distinzione tra persona ed individuo.

Il termine individuo indica l’essere umano considerato come un’unità separata, come un mezzo sostituibile e rimpiazzabile, titolare di diritti e bisogni, ma potenzialmente isolabile. La persona, invece, apre l’orizzonte, designa l’essere umano nella sua interezza: non come mezzo, ma fine e come essere libero e responsabile, originariamente “aperto” agli altri e capace di relazione e comunione.
La distinzione non nasce per negare la dignità dell’individuo, ma per mostrarne il limite: quando l’uomo viene pensato solo come “unità separata”, la società fatica a riconoscere che la comunità e la libertà non si sostengono senza legami e ciò determina anche l’attuale paradosso di cui siamo testimoni: iper-digitalizzazione e frammentazione sociale.

Ecco che alla luce di queste due premesse esposte, comprendiamo forse come la crisi che attraversiamo nasce proprio dallo scarto tra questi due livelli:  individui sempre più tutelati sul piano formale, ma persone sempre più carenti sul piano sostanziale, piano inteso come  “cura” , “libertà”, “relazione” e “solidarietà”.  La crisi che attraversiamo sussurra che non è tanto e solo l’individuo in quanto tale ad essere in crisi, ma il modo in cui l’individualismo ha preteso di fondare la vita sociale sull’eccessiva autosufficienza dell’io. In questo passaggio, ciò che si doveva tutelare, ossia la dignità, la libertà e l’autenticità⁶, si è solo esposto ad un eccessivo isolamento con la tragica conseguenza di privare l’individuo di legami stabili, di mediazioni comunitarie e di orizzonti condivisi, caricandolo di una responsabilità che non è in grado di sostenere da solo. La crisi dell’individuo è così l’esito sociale della crisi dell’individualismo: quando l’io è pensato come sovrano, ma senza relazioni, la libertà si indebolisce invece di rafforzarsi, si disgregano le comunità, che devono pertanto riformarsi.

Ecco che, come nel XX secolo il personalismo, forse è proprio nella sfida lanciata oggi con il neologismo “comunitarsi” che possiamo contrastare con successo gli inediti venti di crisi: costruendo nuove “case di pace” ⁷ e gettando nuove fondamenta per laboratori che edifichino nuovi orizzonti di senso, volti a creare comunione, relazione, ascolto e confronto autentico. Ecco che il “comunitarsi” si pone allora come una valida alternativa sia alla dissoluzione dell’individuo sia al mito dell’individualismo: non nega la singolarità, ma la custodisce; non annulla la pluralità, ma la rende feconda nel dialogo e nel rispetto reciproco dell’altro, perché riconosce che nessuno si salva da solo e che solo reimparando a “diventare comunità” l’individuo può tornare a essere davvero persona⁸. Ed ecco che in un tempo critico come quello contemporaneo, provare a coltivare questa prospettiva non è solo un mero esercizio teorico, ma un’esigenza pratica, più urgente che mai.


¹ Bauman, Z. Modernità Liquida (2000);
² cfr. J. Maritain, La persona e il bene comune, Morcelliana ; Umanesimo Integrale (1936)
³ cfr. Mounier, Emmanuel. Le personnalisme. Paris: Alcan, 1949.
⁴ C. Taylor, Le fonti del sé. La costruzione dell’identità moderna, Bologna, Il Mulino.
⁵ All’Unisono. Lindagine.it (2025)
⁶ C. Taylor, L’etica dell’autenticità, Bologna, Il Mulino. (Orig. The Ethics of Authenticity, 1991)
⁷ Papa Leone XIV, Discorso ai Vescovi della CEI, 17 giugno 2025. In: Testi del Magistero, 2025.
⁸ Si segnala che può essere un buono stimolo leggere la parola persona anche con accezione hobbesiana. Hobbes, Leviatano, cap. XVI, p. 168, edizione BUR Rizzoli.