di Giovanni Alessandrini
Segretario del Consiglio Centrale della Fuci, fucino del gruppo Fuci Chieti e studente di Storia, territorio e società globale presso l’Università degli Studi Roma Tre.
Il frastuono della vita politica e delle tensioni internazionali, che attutisce i già flebili suoni emessi da quei cambiamenti attuati per riformare l’università italiana, ha reso impercettibile anche l’importante segnale dato dal Ministero dell’Università e della Ricerca in merito a contenuti, obiettivi, strumenti e risorse dell’intervento pubblico nel settore. All’inizio di quest’anno e in concomitanza con la Legge di Bilancio 2026-2028, infatti, è stato prodotto il Piano Triennale della Ricerca 2026-2028, un documento di rilevante interesse nonostante sia passato sotto traccia. Si tratta di «un nuovo modello di programmazione e finanziamento della ricerca, fondato su un calendario dei bandi certo, un fondo unico e su risorse definite»[1]. Questo strumento innovativo, emanato per Decreto Ministeriale (n. 150 del 30 gennaio 2026) e unito a un cronoprogramma prestabilito, segna una svolta rispetto al passato «quando il sistema si è trovato troppo spesso a fare i conti con incertezza nei tempi dei bandi e nell’erogazione delle risorse»[2]. A livello istituzionale gli intenti ministeriali per il prossimo triennio restano dunque la riduzione della frammentazione normativa e procedurale, il rafforzamento della chiarezza del quadro regolatorio e l’efficienza complessiva della macchina amministrativa attraverso i tagli alla burocrazia. Proprio in attuazione della Legge di Bilancio 2026-2028, il Piano Triennale risponde anche al problema del sottofinanziamento cronico per l’università italiana e per la ricerca di base e applicata. In breve, in previsione fino al 2031 «il Fondo di finanziamento ordinario ha registrato un aumento di 336 milioni di euro; il Fondo italiano per la scienza ha distribuito 500 milioni ai ricercatori; il Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca ha superato il miliardo»[3]. Inoltre, nella visione d’insieme del Ministero, il panorama delle università e degli enti di ricerca, particolarmente quelli impegnati nell’ambito dell’innovazione industriale e tecnologica, è chiamato a una collaborazione sempre più stretta con le imprese nazionali. Tutto ciò si conferma in linea con le tre principali priorità europee: transizione verde e digitale, resilienza industriale e competitività. Queste direttive verranno confermate entro la fine dell’anno dalla Commissione europea con l’adozione di un apposito European Research Area (ERA) Act, entro il quale rientreranno la risoluzione delle frammentazioni regolatorie, il pareggio dei livelli disomogenei di investimento e l’impulso alla condivisione della conoscenza tra gli Stati membri dell’Unione.
Ma, oltre alle strategie e alle tempistiche, uno degli aspetti che rende più interessante il Piano Triennale della Ricerca 2026-2028 è quello, esplicito e ricorrente, in cui è illustrato il ruolo dell’università e della ricerca all’interno dello Stato italiano, la considerazione degli universitari e dei ricercatori da parte della nostra politica. Questo settore è definito «come espressione più alta della libertà scientifica e come terreno di coltura per nuovi paradigmi, teorie e metodologie», mentre, attraverso la collaborazione con le imprese nazionali, «la conoscenza diventa ricchezza per il Paese»[4] in termini di produzione. Così il Piano Triennale esprime nei suoi intenti «un indirizzo politico chiaro: privilegiare la ricerca quale motore dello sviluppo sociale ed economico del Paese, in grado di rafforzarne la competitività, accrescerne l’autorevolezza scientifica e sostenerne la sovranità tecnologica, all’interno del quadro unionale»[5]. Ovviamente il paradigma sul quale è fondato il programma ministeriale si contraddistingue per una forte impronta istituzionale e per un linguaggio pertinente al discorso politico, a partire da certi termini adottati che permettono di comprendere la direzione futura concepita per l’università e la ricerca italiane. Da un lato “competitività” e “valutazione” sono le due parole più ricorrenti, rispettivamente 38 e 33 volte, insieme a “efficacia” e “impatto”. Dall’altro lato “vocazione”, “conoscenza”, “talento” e “originalità” vengono evocati in misura nettamente inferiore e soprattutto in contrapposizione a certi rischi occupazionali o creativi provenienti dall’intelligenza artificiale. Oltre a “desiderio”, “sogno” e “curiosità” – la cui assenza potrebbe essere semplicemente giustificata dalla già citata dimensione istituzionale dell’atto – anche “studio”, “pensiero”, “passione” ed “educazione” non sono mai citati; il “merito” e la “meritocrazia” compaiono soltanto tra le “sfide globali e sociali” inerenti all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Esemplare, infine, è l’assenza di “formazione”, sostituita da “programmazione”, ma con tutt’altro significato. Questo quadro ritrae un evidente segno dei nostri tempi: come nel resto della società contemporanea, anche l’università e la ricerca sono non solo caratterizzate ma anche spinte alla competizione, alla produttività, all’individualismo esclusivo e così via. Una tale prospettiva tocca direttamente ognuno di noi, universitari e ricercatori, impegnati in questa fase importante della nostra vita e formazione individuale, e alimenta domande di fronte alle quali è difficile restare indifferenti. Siamo stimolati a riflettere riguardo il nostro percorso di studi, la nostra vocazione, la direzione che abbiamo intrapreso e vogliamo intraprendere per il futuro; ci chiediamo a servizio di che cosa mettiamo le nostre “competenze” e le “eccellenze” – riprendendo proprio le parole utilizzate nel Piano Triennale. Perché «quando la vita non sa di niente è come se ci venisse tolta: non la sentiamo più nostra. Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, davanti alla violenza della guerra e della menzogna» siamo chiamati a non ridurci a quell’efficienza, a quel non-senso, a quella mediocrità che mette da parte la sensibilità e le inclinazioni personali, la crescita culturale e spirituale, la curiosità e l’attenzione all’altro, l’incontro e la relazione con una comunità fraterna, ma ad essere «scintilla di un’umanità nuova»[6]. Invece di «una vita dove tutto è scontato e fermo» scegliamo «un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un “di più” che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere»[7]. È infatti possibile vivere pienamente ponendo l’insieme di saperi, di conoscenze e competenze umanistiche e scientifiche in funzione di uno sviluppo umano integrale, animato dalla volontà di ricerca – quella di se stessi, di senso, del mondo e di Dio nella verità. Ancora di più, riprendendo l’invito di Papa Leone XIV: «aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno»[8].
[1] Ricerca, al via il Piano triennale: bandi programmati, nuovi strumenti e risorse stabili, Ministero dell’Università e della Ricerca, 24 febbraio 2026, https://www.mur.gov.it/it/news/martedi-24022026/ricerca-al-il-piano-triennale-bandi-programmati-nuovi-strumenti-e-risorse
[2] ibidem.
[3] Intervento di Pino Bicchielli (FI-PPE), seduta n. 679 della Camera dei Deputati, 19 giugno 2026, https://www.camera.it/leg19/410?idSeduta=0679&tipo=stenografico#sed0679.stenografico.tit00020.sub00010.int00020
[4] Piano Triennale della Ricerca 2026-2028 (DM n. 150 del 30/01/2026), https://www.mur.gov.it/sites/default/files/2026-02/Decreto%20Ministeriale%20n.%20150%20del%2030-01-2026%20-%20PTR%202026-2028.pdf
[5] ibidem
[6] Papa Leone XIV, Discorso del Santo Padre durante la Veglia di preghiera con i Giovani in “Plaza de Lima” (Madrid), 6 giugno 2026, https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260606-spagna-veglia-giovani.html
[7] Papa Leone XIV, Omelia della Santa Messa del Giubileo dei Giovani, 3 agosto 2025, https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2025/documents/20250803-omelia-giubileo-giovani.html
[8] ibidem


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