di Joel Leonardo Ostaiza Gomez
Presidente del gruppo FUCI Milano Statale, studente di
Scienze Internazionali e Istituzioni Europee
presso l’Università degli Studi di Milano, studente di
Scienze Religiose presso
l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano
Questa riflessione sul tema della pace non pretende di esaurire un argomento tanto vasto, né di offrire una risposta definitiva al bisogno esistenziale che segna il nostro tempo. Il 2026 si apre davanti a noi con una prospettiva ormai consolidata — e per molti inquietante — sul nostro modo di abitare il mondo: è la prospettiva della guerra.
Quasi improvvisamente, il mondo si è ritrovato immerso in una logica di conflitto. Gli eserciti affilano le armi, le piazze si infiammano, la retorica dell’incontro lascia spazio a quella del riarmo. In nome della sicurezza, molte potenze hanno progressivamente accantonato decenni di politiche di riconciliazione e diplomazia multilaterale. Oggi la diplomazia sembra giocarsi più sul controllo delle risorse e sull’equilibrio delle minacce che sulla costruzione della fiducia.
La prospettiva globale appare miope, guidata dalla paura. Eppure, proprio in questo scenario, risuona con forza il discorso sulla pace pronunciato da Papa Leone XIV l’8 dicembre 2025. In quell’intervento, il Pontefice ha ribadito con chiarezza la visione della pace che la Santa Sede propone ai cristiani nel mondo: una pace radicata nel Vangelo e nella Dottrina Sociale della Chiesa, capace di orientare anche l’impegno culturale e politico.
Il suo insegnamento si colloca nel solco di un Magistero consolidato, che affonda le radici nella pace offerta da Cristo mediante la sua opera salvifica. È da qui che dobbiamo ripartire per tornare a parlare di pace nelle nostre università, nelle parrocchie, nei luoghi della ricerca e del confronto pubblico.
Le ferite come punto di partenza
Il Papa apre il suo discorso con il saluto evangelico: «Pace a voi». È il saluto del Risorto ai discepoli nel Vangelo di Giovanni: uomini feriti dalla morte violenta del loro Signore, delusi, impauriti, tentati dalla chiusura.
Avrebbero avuto tutte le ragioni — umanamente comprensibili — per desiderare vendetta o per trasformare il dolore in aggressività. Invece, Gesù appare in mezzo a loro, mostra le sue ferite e insegna che la pace esiste, ma non nasce spontaneamente: esige conversione interiore ed educazione al perdono.
Anche Pietro, segnato dal rinnegamento, porta il peso della colpa e potrebbe attendersi un rimprovero. Invece, Cristo prende l’iniziativa e attiva una dinamica di riconciliazione: gli offre la possibilità di riconoscere la propria fragilità e di riparare attraverso l’amore, restituendolo alla comunione.
Questo episodio evangelico ci ricorda che prima di ogni pace c’è una ferita e che in ogni ferita si incontrano un ferito e chi ha ferito.
La pace cristiana non è la rimozione del conflitto, ma attraversamento redento della ferita.
La pace come dono e come compito
La Dottrina Sociale della Chiesa ricorda che la pace, nella Rivelazione biblica, è molto più dell’assenza di guerra: è pienezza di vita, dono di Dio e frutto della giustizia. È promessa messianica e orizzonte della convivenza sociale. Il Messia è chiamato “Principe della pace” e la sua pace è inseparabile dalla rettitudine e dalla misericordia.
Prima ancora di essere un progetto umano, la pace è un attributo di Dio stesso. Quando la relazione originaria tra l’uomo e Dio viene spezzata, irrompono divisione e violenza. Pace e violenza non possono abitare la stessa dimora.
Alla luce della Risurrezione comprendiamo che la pace proposta da Cristo è un progetto di vita che supera l’individualismo e si offre come principio di convivenza sociale. È un cammino che coinvolge la storia, ma che trova la sua sorgente nell’eternità di Dio.
La logica del potere e la logica della mitezza
Il Vangelo ci invita a guardare anche alla nascita di Gesù. Egli entra nel mondo in un contesto segnato da lotte di potere, censimenti, decreti, violenze.
Gesù, invece, entra nella storia come un bambino fragile. La sua pace non si fonda sulle armi, ma sulla mitezza; non sull’esclusione, ma sull’inclusione; non sulla forza, ma sulla vulnerabilità accolta come luogo di rivelazione dell’amore di Dio.
Oggi, tuttavia, una pace fondata sulla mitezza appare a molti illogica, persino utopica. Il dibattito pubblico sembra sostenere che la pace si garantisca attraverso il riarmo. La logica dominante è quella del cosiddetto “dilemma della sicurezza”: ogni Stato, aumentando la propria potenza militare per difendersi, genera insicurezza negli altri, innescando una spirale di escalation.
Così l’altro — con cui condividiamo la stessa casa comune — viene percepito come un potenziale nemico.
I dati di un mondo armato
Il Papa richiama anche dati concreti: le spese militari globali hanno raggiunto cifre record, attestandosi intorno ai 2,7 miliardi di dollari, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti. In alcune aree del mondo — in particolare in Europa e nelle Americhe — la spesa è cresciuta in modo consistente.
Questi numeri non sono neutrali: rivelano una scelta culturale e politica. Risorse enormi vengono destinate agli armamenti mentre persistono disuguaglianze, povertà e crisi umanitarie. Il riarmo, lungi dal garantire automaticamente la sicurezza, rischia di consolidare un clima di sospetto generalizzato.
In questo contesto si diffonde anche la prassi degli “interventi militari preventivi”, difficilmente conciliabile con il diritto internazionale, che richiede condizioni concrete e proporzionate per il ricorso alla forza.
Tra paura e responsabilità
Il filosofo Hans Jonas parlava di “euristica della paura”: la paura di una catastrofe futura può spingere l’umanità ad assumersi responsabilità etiche. Tuttavia, quando la paura diventa narrazione costante e spettacolarizzata, rischia di trasformarsi in una sorta di assuefazione alla violenza, o peggio in fascinazione per lo scenario apocalittico.
La logica evangelica propone un’altra via: quella del Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e guarda oltre il recinto. È un’immagine che interpella non solo i governanti, ma anche noi cittadini. La pace non è un bene esclusivo di un popolo o di un blocco geopolitico: è un bene universale.
La tradizione della “guerra giusta”, sviluppata nella riflessione cristiana, ha sempre posto condizioni rigorose al ricorso alla forza, subordinandolo alla difesa del bene comune e all’obbligo di fare tutto il possibile per garantire la pace. Non tutto è lecito nemmeno in guerra.
Sentinelle nella notte
Essere cristiani oggi significa essere “sentinelle nella notte”: assumere una responsabilità culturale, sociale e politica; vegliare, discernere, formarsi. Ma questa formazione non può essere solo tecnica o strategica: deve parlare al cuore prima ancora che alla razionalità.
Il Papa richiama le parole di sant’Agostino: “Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi”. La pace non si impone: si testimonia.
Diritto, giustizia, fiducia, memoria, ascolto, incontro: sono questi i pilastri indicati per costruire una pace disarmata e disarmante. A sintesi di tutto, il Pontefice invita a riscoprire la preghiera come palestra di pace: luogo in cui impariamo a disarmare il linguaggio, a purificare le intenzioni, a convertirci.
Per noi universitari, questo significa assumere uno stile: coltivare il dialogo, approfondire le questioni con rigore intellettuale, evitare semplificazioni ideologiche, custodire uno sguardo capace di vedere nell’altro non un nemico, ma un fratello.
In un tempo di riarmo, la vera audacia potrebbe essere proprio questa: scegliere la mitezza come forza, il perdono come metodo, la pace come vocazione.


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