Di Iacopo Donzella, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e Valerio Benedetti, studente di Lingue, Culture, Letterature e Traduzione fucini del gruppo Fuci Roma Sapienza “V. Bachelet”

“Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione”.

Con queste parole, pronunciate all’interno della Cappella della Divina Sapienza, Sua Santità Papa Leone XIV ha parlato per la prima volta alla comunità dei fedeli riunitasi in occasione della sua visita pastorale nella nostra Città Universitaria. Le parole del Santo Padre, così dirette e semplici – proprio come, nei Vangeli, il Cristo ci comanda di parlare: sì, sì; no, no – sono state ancor più amplificate dalle modalità in cui il Papa ha voluto approcciare noi studenti: il suo fermarsi per ascoltare ognuno dei fedeli che chiedeva un breve momento con lui; lo stringere le mani e abbracciare tutti i ragazzi commossi dalla sua presenza; il ringraziarci sentitamente per l’accoglienza dedicatagli. Sono, questi, gesti che esprimono con la massima coerenza ciò che il Pontefice più ci ha spronato a fare con le sue parole: amare la creazione; vedere una ipostasi divina in ogni emanazione del reale; arrivare a Dio non tramite una fuga gnostica dal Mondo, ma tramite un’unione monistica al suo progetto di Amore Eterno. Le stesse parole “IN ILLO UNO UNUM”, tratte dal sermone “Esposizione sul Salmo 127” di sant’Agostino, che il Santo Padre ha voluto scegliere per il suo Stemma Pontificio, ci permettono di comprendere come l’amore per il creato tutto e la ricerca di unione nell’unica Verità che dà Vita sono, dal primo giorno della sua elezione al soglio petrino, le coordinate fondamentali con cui leggere il pontificato di Leone XIV (ricordiamo, in questo senso, soprattutto la celebrazione ecumenica con le chiese d’Oriente dell’anniversario dei 1700 anni dal primo Concilio di Nicea). E a questo amore per il creato nella sua interezza è direttamente collegato il concetto di ‘bellezza’, una bellezza che non è quella transeunte dell’edonismo e del relativismo moderni, ma una bellezza che non può essere, appunto, separata tanto dall’amore quanto dalla verità: è la bellezza salvatrice di cui notoriamente parlava Dostoevskij, la bellezza che lo stesso Dostoevskij identifica con il Cristo nel passaggio “Il mio Credo” all’interno della lettera che scrisse a Natalija Fonvizina nel 1854: “Questo Credo è molto semplice, e suona così: credete che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi, non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere”. Sono proprio l’amore, la bellezza e la verità ciò a cui, più di ogni altra cosa, noi giovani studiosi dobbiamo anelare, evitando di cedere alle gratificazioni materiali istantanee e a un pensiero relativizzante e disumanizzante che oramai, soprattutto in contesti universitari laici, sembra prendere il sopravvento. All’interno dell’ateneo più grande d’Europa è, infatti, importante ribadire che ognuna delle centinaia di discipline che, all’interno di queste mura, l’uomo può studiare tramite la sapienza –  primo dei doni dello Spirito Santo – deve essere volta alla scoperta della verità oggettiva divina, a cui l’etica personale e professionale non possono sottrarsi. La nostra diversità, assieme alle nostre aspirazioni personali e alla nostra formazione, può essere valorizzata solo dalla vicinanza al Creatore, se davvero il nostro fine è quello di studiare la creazione in tutte le sue meravigliose emanazioni, che siano umane o epistemiche. A questo riguardo, assume particolare importanza il momento della visita della mostra “La Sapienza e il Papato” subito posteriore all’uscita del Santo Padre dalla Cappella: da studenti cattolici della prima università di Roma, infatti, sentiamo come nostro dovere il ribadire il legame innegabile e inopinabile tra la nostra università e la Chiesa di Roma, a partire dalla fondazione stessa dell’ateneo, resa possibile, il 20 aprile 1303, da Papa Bonifacio VIII con la bolla “In Supremae praeminentia Dignitatis”. Lo stesso nome che oggi ci caratterizza, “Sapienza”, viene dall’iscrizione “Initium Sapientiae timor Domini” posta sul portone della sede seicentesca voluta da Papa Alessandro VII, che nel 1670 vi fondò anche la Biblioteca Alessandrina. E ancora: Leone X aveva qui chiamato i migliori studiosi d’Europa; Benedetto XIV aveva introdotto fisica sperimentale, chimica e nuovi corsi di laurea; Leone XII aveva riformato gli studi medici.

Ed è dentro questa continuità storica che acquista un significato ancora più profondo quanto avvenuto, subito dopo, nell’Aula Magna della Sapienza. C’è infatti qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che il Papa abbia parlato nel cuore storico dell’università italiana, tempio laico del sapere, spazio in cui per secoli si sono formate classi dirigenti, culture politiche e visioni del mondo. Ma ancor più significativo è stato il tono stesso del discorso: un tono che non aveva nulla della fredda prolusione accademica, né della retorica ecclesiastica autoreferenziale. Sembrava piuttosto il tentativo sincero di rivolgersi ad una generazione stanca, inquieta, sfibrata da un tempo che promette tutto e consuma tutto.

Forse è proprio qui il punto centrale dell’intervento di Leone XIV: aver riconosciuto, senza infingimenti, il malessere spirituale del nostro tempo. Non come categoria sociologica astratta, ma come ferita concreta dell’uomo contemporaneo. Quando il Papa ha detto che «noi siamo un desiderio, non un algoritmo», ha pronunciato una frase che va ben oltre il semplice richiamo morale contro la tecnocrazia. Ha toccato uno dei nervi scoperti della modernità: la riduzione dell’essere umano a funzione, prestazione, dato, rendimento.

Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra dover essere misurabile, quantificabile, immediatamente utile. Anche l’intelligenza viene ormai concepita sempre più come capacità performativa; anche lo studio rischia di ridursi a produzione di competenze spendibili; persino le relazioni umane sono spesso subordinate alla logica dell’efficienza e dell’utilità reciproca. In questo contesto, il Papa ha avuto il coraggio di riaffermare una verità radicalmente antiutilitaristica: l’uomo non nasce per funzionare, ma per cercare. Cercare la verità, la bellezza, il senso, Dio.

Da questo punto di vista, il riferimento agostiniano non è stato casuale. Leone XIV ha ricordato sant’Agostino come “giovane inquieto”, quasi a voler dire che l’inquietudine non è necessariamente una malattia da anestetizzare, ma può diventare una via verso la verità. E questo, per chiunque viva oggi l’università, lo studio o semplicemente il passaggio difficile verso l’età adulta, assume un valore enorme. La nostra generazione è cresciuta infatti dentro una contraddizione devastante: da una parte l’ossessione della performance; dall’altra un vuoto spirituale sempre più profondo. Ci viene continuamente chiesto di riuscire, ma quasi mai viene spiegato perché valga la pena vivere.

Per questo il passaggio più forte del discorso non è stato quello sul riarmo, pure importantissimo, bensì la domanda che il Papa ha attribuito ai giovani: «Che mondo stiamo lasciando?». È una domanda terribile, perché costringe gli adulti, le istituzioni e persino noi stessi a guardarci senza maschere. Un mondo “storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra”, ha detto Leone XIV. Una formula impressionante proprio perché coglie non soltanto la violenza materiale dei conflitti, ma anche quella linguistica, culturale e spirituale.

Oggi il linguaggio pubblico sembra incapace di complessità: tutto deve essere ridotto a slogan, tifoserie, nemici assoluti. La semplificazione diventa odio; l’odio diventa identità politica; e l’identità politica finisce per sostituire la verità. In questo senso, il richiamo del Papa alla “cura per la complessità” e al “saggio esercizio della memoria” appare quasi controcorrente rispetto allo spirito del tempo. La memoria autentica non serve infatti a costruire religioni civili o narrazioni propagandistiche: serve a impedire che l’uomo diventi nuovamente capace di giustificare qualsiasi cosa in nome dell’ideologia.

Non è un caso che Leone XIV abbia evocato il Novecento. Il secolo scorso ha mostrato cosa accade quando la tecnica si separa dalla morale, quando la politica perde il limite, quando l’uomo smette di vedere nell’altro un volto e comincia a vedere soltanto un ostacolo, una categoria, un nemico. Ed è qui che il discorso ha assunto quasi un carattere profetico. Quando il Papa ha denunciato il riarmo chiamato “difesa”, ha toccato uno dei grandi equivoci del nostro presente. Non perché ogni forma di difesa sia illegittima, ma perché oggi l’Occidente sembra nuovamente incapace di distinguere tra sicurezza e idolatria della forza.

Si investono somme immense negli armamenti mentre intere generazioni vivono nell’insicurezza economica, psicologica e spirituale. Si parla continuamente di progresso, ma cresce ovunque una sensazione diffusa di smarrimento. Ed è significativo che proprio in università — luogo che dovrebbe custodire il pensiero critico — il Papa abbia voluto riaffermare la necessità di una cultura della pace fondata non sul sentimentalismo, ma sulla responsabilità morale.

C’è poi un ultimo elemento che colpisce profondamente: il fatto che Leone XIV abbia parlato della fede non come recinto ideologico, ma come incontro con la realtà. “Chi cerca la verità, alla fine cerca Dio”, aveva detto nella Cappella universitaria. Una frase antichissima eppure profondamente rivoluzionaria nel clima contemporaneo, perché oggi siamo abituati a concepire fede e ragione come mondi separati, quasi ostili. Invece il Papa ha restituito alla fede la sua dimensione originaria: non negazione della ragione, ma apertura radicale al senso dell’esistenza.

Ed è, crediamo, ciò che manca maggiormente alla nostra epoca: la capacità di guardare l’uomo non come ingranaggio produttivo, consumatore o identità statistica, ma come creatura portatrice di una dignità irriducibile. Una dignità che non dipende dai successi, dalle prestazioni, dal consenso sociale o dalla perfetta efficienza psicologica. In fondo, il cuore del cristianesimo è qui: nell’idea scandalosa che ogni uomo valga infinitamente non per ciò che produce, ma per ciò che è.

Forse è per questo che il discorso di Leone XIV alla Sapienza ha lasciato una sensazione insolita. Non sembrava la voce di qualcuno venuto a benedire il presente. Sembrava piuttosto il tentativo di salvare, dentro questo tempo inquieto, ciò che resta dell’umano.