Qualche giorno prima di Natale, forse, il pomeriggio stesso di quella santissima Notte, accadde un evento sul quale generalmente non ci fermiamo più di tanto a riflettere: Maria e Giuseppe si trovavano con il loro asinello davanti al banco di un ufficiale romano per adempiere al censimento. Stavano registrando ufficialmente il loro nome nella storia. Che bello pensare che anche Gesù abbia partecipato a questo censimento! È stato censito come un portato in grembo.
Ci chiediamo come vogliamo essere registrati nella storia? Come ci piacerebbe essere ricordati? Come individui o come donne e uomini in relazione tra di loro e in cammino, che portano dentro di sé la meravigliosa presenza di Cristo?
Il sommo poeta, Dante Alighieri, ebbe a scrive che nel ventre di Maria si «raccese l’amore». La presenza di Cristo è qualcosa che riscalda, che non rinchiude il segreto della vita in ragionamenti fatti a sangue freddo. La presenza di Cristo commuove, cioè fa camminare in compagnia, con il potere di distruggere all’istante la paralisi di ogni solitudine e di ogni singolarismo, imboccando sempre nuovi sentieri: alcuni lo sappiamo per la verità saranno quelli di sempre, ma è la novità che ci portiamo dentro che renderà diverso il modo di poterli percorrere.
Una seconda consegna che mi pare di dover raccogliere dal Natale è questa: Dio, che si presenta a noi nel segno di un neonato, provoca la sensibilità di tutti, ma proprio di tutti. Capiamo che lasciarsi coinvolgere non è facoltativo: dice lo spessore della nostra personalità. Si capisce di che pasta siamo fatti: l’indifferenza di chi volta le spalle e scarica su altri la responsabilità, oppure la scelta di mettersi in gioco, accettando, nel caso, di non essere gli unici a decidere le regole della partita. Un bimbo che viene al mondo ha bisogno almeno di un contesto che l’accolga amorevolmente. La presenza fragile di un neonato è come se ci dicesse: «O tu mi accudisci o io muoio!». E se questo è vero per ogni bambino, di ogni latitudine, è altrettanto vero anche per il mistero di Dio. A volte non cercato, forse anche non voluto o addirittura temuto, Dio sceglie di nascere in noi! E la sua presenza dialoga con la voce profonda della nostra coscienza: «O tu mi accudisci o io muoio!». Perché possa crescere in noi, il mistero di Dio va accudito, nutrito, ma soprattutto amato. Non si può crescere nella personale esperienza di fede affidando ad altri — come ad una babysitter — la cura appassionata del mistero di Dio! È necessario, invece, sforzarsi di capire la sua lingua, come si fa per i vagiti di un bambino, eventualmente facendosi aiutare da chi già ci è passato, ricorrendo ad una sorta di tutoraggio, e tuttavia senza sottrarsi alla fatica che ciascuno deve fare. Una volta imparato il suo linguaggio sarà magnifico costruire con lui una relazione appassionata e appassionate. Nulla stimeremo di valore superiore. Conoscere e sentirsi riconosciuti. Cercare e sentirsi ricercati, addirittura, in alcuni passaggi delicati della vita, preferiti. Non se ne potrà più fare a meno. Con un velo di gelosia lo mostreremo agli altri, forse più incuriositi che appassionati, sapendo che rientrati nel clima dell’assoluta confidenza saremo liberi di stare ancora a lungo con lui. E quando lo studio o le incombenze chiederanno un prolungato distacco ne sentiremo i morsi della nostalgia. Quasi un senso di colpa per non poterlo portare ovunque con noi.
In questo Natale inedito viene presentato a noi, come ai magi e ai pastori, il mistero di Dio «avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» e ancora una volta, ci viene offerta la possibilità di metterci in ricerca del significato di ciò che quotidianamente accade, ossia cosa c’è all’origine di ciò che attrae i nostri ragionamenti e i nostri affetti. Buon Natale!
don Michele Martinelli


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