I giorni del sacro Triduo pasquale non sono solo il culmine della Quaresima e la festa della Pasqua, ma sono a tutti gli effetti il simbolo del tempo che stiamo attraversando, almeno nella nostra cultura italiana e europea. Lo spazio e il tempo della morte di Dio nel pensiero comune predominante, per la maggior parte delle donne e degli uomini di oggi per lo meno. In una recente indagine, il Pew Research Center ha raccolto che «in tutto il mondo, molte persone stanno abbandonando le religioni della loro infanzia». Ma è veramente un fenomeno dalla portata irreversibile? Per quanto riguarda l’Italia questo dato si colloca al 24%. È la morte di Dio, o almeno del suo più totale nascondimento.
C’è un particolare curioso nel racconto evangelico della sepoltura di Gesù — è la versione di Matteo che lo riporta — la pietra posta sul sepolcro venne addirittura sigillata e posta sotto sorveglianza, come se si dovesse custodire la preziosità del fatto che quell’uomo — presunto Dio — fosse veramente morto (Mt 27,66); potremmo azzardare: finalmente morto negli affetti e negli entusiasmi di un tempo! Non costa eccessiva fatica rintracciare anche oggi i segni di chi vorrebbe custodire, sotto sigillo e vigilanza, la morte di Dio, nelle coscienze delle singole persone, ma anche in chi esercita qualsiasi forma di potere amministrativo o legislativo. Nelle nostre personalissime esperienze di vita, abbiamo addirittura chiari i volti di chi vigila sulla morte di Dio e pone i suoi evidentissimi sigilli, basti pensare alla libertà di coscienza minacciata in alcuni ambienti di vita, o in determinati ambiti educativi, accademici o politici: Dio non c’entra, Dio è morto!
Ma la mattina di Pasqua scopriamo, insieme alle donne che vanno al sepolcro, che i sigilli di quella pietra, per chi crede, sono stati spezzati. Non certo dall’arroganza di un pensiero che si impone sugli altri — nella storia cristiana purtroppo c’è stato spazio anche per questo — nemmeno da una evidenza che umilia le fatiche legittime e i dubbi personali, ma dalla mitezza di un Agnello immolato. Solo la mitezza ha la forza di spezzare i sigilli! È l’Agnello che spezza i sigilli! Uno dopo l’altro! E quando arriva al settimo sigillo — siamo al capitolo VIII di Apocalisse — «si fa silenzio in cielo per circa mezz’ora» (Ap 8,1).
Nelle nostre silenziose mattine pasquali, nelle mezzore di cielo che decidiamo di abitare, vogliamo avvertire la fermezza mite dell’Agnello che spezza i nostri personalissimi sigilli che spesse volte abbiamo posto per paura di lasciarci eccessivamente compromettere con Cristo. Il Risorto altro non chiede che lasciar fluire l’Amore che, anche se costantemente ferito, costantemente risorge.

don Michele Martinelli